Riprendo a scrivere dopo diversi giorni di assenza. Nel frattempo, Barack Obama è diventato Presidente degli Stati Uniti. Come potete verificare pochi post sotto, non ci speravo.
Il modo in cui Silvio Berlusconi ha commentato questa svolta di portata storica è stato quanto mai singolare. Eppure, stavolta Berlusconi ha anche detto qualcosa di sensato. "Obama è stato presentato come un messia, speriamo non deluda". E' vero, le aspettative nei confronti del nuovo Presidente degli Stati Uniti sono enormi.
Inizio dicendo cosa penso che sia irragionevole aspettarsi da Obama. Non credo che sia possibile una svolta sostanziale nella politica estera statunitense. Certamente spero, anzi sono convinto, che la nuova amministrazione democratica non scatenerà nuove guerre (in particolare, conflitti di terra tipo Iraq e Afghanistan), a meno che non avvenga qualcosa di "eccezionale" (in negativo). Tuttavia, la politica estera è molto condizionata da esigenze di carattere strategico, a cui Obama non potrà sottrarsi. Inoltre, un presidente accusato di essere un "socialista" difficilmente potrà scoprire il fianco mostrando un'eccessiva debolezza verso regimi decisamente antiamericani come quello iraniano, così come è inverosimile che Obama rompa l'asse privilegiato tra Usa e Israele prendendo le parti del popolo palestinese (in questo senso, l'accusa rivolta a Obama di essere un musulmano sotto mentite spoglie risulta ulteriormente condizionante).
Allo stesso modo, non credo che Obama potrà avviare battaglie di carattere culturale, tipo quella per l'eutanasia o per l'introduzione a livello federale dei matrimoni gay. In questo senso pesano negativamente i risultati dei referendum svoltisi in concomitanza con le elezioni, che hanno visto uno stato "progressista" come la California esprimersi, sia pur di misura, contro le unioni omosessuali. Piuttosto, è lecito aspettarsi che Obama ponga un freno deciso alla deriva reazionaria dell'amministrazione Bush, soprattutto nelle prossime nomine per la Corte Suprema.
Quello che è lecito aspettarsi, invece, è una netta cesura sul terreno della politica economico-sociale. E' su questo piano che ci sono tutte le precondizioni perché il vento cambi. Già da alcuni anni il trend predominante nelle opinioni pubbliche occidentale è quello a una rivalutazione delle tradizionali politiche "di sinistra" (o meglio keynesiane) in ambito di politica economica. La crisi economica che investirà l'intero Occidente nei prossimi mesi rafforzerà ulteriormente il crescente desiderio di protezione sociale da parte dei cittadini americani, e più in generale occidentali. Basti pensare che qui in Inghilterra è previsto che la disoccupazione passi dall'attuale 5,8% a ben più critico 8,5% entro la fine del 2009. Attualmente, ogni giorno circa 1.000 lavoratori inglesi perdono il posto. Anche negli Usa la crisi di colossi come la General Motors rischia di innescare una reazione a catena che potrebbe portare alla disoccupazione centinaia di migliaia di persone.
In questo contesto, ci sarà una forte attesa, non solo da parte dei cittadini, ma anche da parte delle stesse imprese, per un intervento deciso dello stato nell'economia. Ora, questo potrebbe assumere caratteri inquietanti se l'amministrazione Obama decidesse di battere una strada di tipo "protezionista", basata su un sostegno pubblico alle imprese tradizionali. Si verrebbe a mettere in discussione l'alto livello di interdipendenza che oggi caratterizza tra le economie dei paesi occidentali e quelli dei paesi emergenti, ponendo le premesse per un inasprimento delle relazioni internazionali. L'alternativa, cui ho già accennato in un altro post, è un intervento pubblico che sia volto a una modernizzazione "verde" del sistema produttivo. Riconvertire in termini ambientalmente sostenibili non solo le industrie, ma anche le case e le automobili di centinaia di migliaia di occidentali potrebbe rappresentare un'ottima opportunità per rilanciare il sistema economico mondiale. A questo progetto andrebbe accompagnato un investimento massiccio nel campo dell'istruzione e della ricerca, settori "postindustriali" dotati di una reale produttività (a differenza della finanza, che come è stato dimostrato non è altro che un pericoloso "gioco di prestigio" in cui si fa comparire denaro dove non ce ne è).
E' quindi sul terreno della politica economico-sociale che mi aspetto di vedere come il Messia dei nostri tempi (ma io mi accontenterei di un nuovo Franklin Delano Roosevelt) sarà in grado di fare.
(per un'analisi di taglio diamentralmente opposto guardate:
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000731.html )
giovedì 13 novembre 2008
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3 commenti:
Complimenti per la splendida analisi.
Tre flash:
* Obama musulmano sotto mentite spoglie. Diciamo che dal punto di vista della religione non è stato particolarmente chiaro ed è strano perchè di solito è la mission americana ci tiene a queste cose... Tanti God bless ma pochi Jesus nei suoi discorsi. Poi anche la vicinanza con Jeremiah Wright del razzismo alla rovescia...
* Carina la parte sulla rivoluzione verde, anche se io sono titubante su un cambiamento così strutturale. Diciamo che anche il 'verdino' ci potrebbe andar bene
* Terzo: non c'entra niente, ma ho paura che con la storia del colore della pelle di Obama mo' si stia in generalle esagerando: ho il timore, in futuro, di un sistema a quote tipo PD o Vaticano: ispanico, indio, east coast, mulatto, nero... Forse sono un passo oltre il razzismo: ma vorrei che un uomo venga giudicato per quello che è e non per il colore della sua pelle.
Un abbraccio al mio amico Leo,
M.
ciao leo, latito e poi riemergo a criticare. spero di non risultare fastidioso. in ogni caso, quello che pensavo leggendo il tuo post è che la faccenda, per come la metti te, sembra un pò troppo lineare.
insomma, proprio in america si chiude, con l'elezione del primo presidente non wasp (mi rifiuto di considerare questo aspetto come secondario) della storia, un quarantennio di egemonia neocon, inaugurata con la campagna elettorale di barry goldwater e realmente operante dalla presidenza nixon in poi. attraverso operazioni di tipo ideologico e di politica culturale (simili in questo all'operazione di banalizzazione e semplificazione berlusconiana) in questi decenni a destra e a manca dell'oceano si è distrutto il sistema di garanzie economiche e sociali che aveva risollevato il mondo dopo la crisi del '29 e la seconda guerra mondiale. proprio per questo ritengo che se davvero siamo davanti ad una svolta, se si chiude cioè la fase del neoliberismo puro e si apre un periodo neokeynesiano, ci dobbiamo attendere stravolgimenti nel campo tei temi eticamente sensibili e forse anche nelle questioni di politica religiosa (notare la tiepida accoglienza che il vaticano ha riservato alla nuova presidenza!)
non voglio con ciò sembrare troppo ottimista, solo sottolineare alcune interdipendenze. io credo nell'autonomia di politico economico e culturale, ma anche nelle loro interdipendenze.
un saluto caloroso,
r.
rileggo quello che ho scritto e mi rendo conto che urge una precisazione: non è infatti vero che si chiuda un quarantennio neocon con la presidenza di obama, nel senso che non è la presidenza di obama a chiudere un quarantennio, ma presumibilmente i due fenomeni coincidono.
la crisi finanziaria sembra infatti originata dal totale fallimento delle politiche economiche liberiste che hanno caratterizzato le amministrazioni americane da nixon in poi (uscita da bretton woods). su questo mi sembra di condividere le cose che hai scritto nel commento. siccome la crisi è di portata incommensurabile e storica, credo che si aprirà una nuova fase in cui anche la sfera simbolica si dovrà ridefinire.
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